Testi critici
Elio Mercuri | Primo premio nazionale di pittura Pejo
di Elio Mercuri
Prefazione al catalogo del Primo Premio Pejo
In tempo di contestazione o di rifiuto di premi e mostre è difficile per un artista o per il critico al quale sta a cuore la verità aderire ad una nuova iniziativa in tal senso. Il problema dell’organizzazione della cultura e dell’arte e assai serio. Inverte un discorso generale sulla definizione dell’arte o meglio dell’esteticità della vita, e sulla società nella quale comunque siamo e operiamo. Non può essere certo obiettivo di una iniziativa ma segno di un nuovo rapporto. Il Premio nazionale Pittura Pejo nasce nel pieno di questo travaglio critico, diremmo sollecitato da quel senso di inquietudine che insidia tutti con una sua onesta e dichiarata volontà di chiarezza. È perciò in mezzo all’aria di smarrimento una decisa affermazione del significato permanente e attuale dell’arte, di una sua non soltanto inesaurita funzione ma necessità. È stato un atto di accettazione della realtà, della presenza di opere e artisti seri: ha quindi rinunciato alla consueta cornice di vuota mondanità, alle facili speculazioni, alle mode e ai giochi preoccupato di mettere in evidenza i valori certi della pittura in un arco di esperienze assai ampio e comprensivo del lavoro di maestri ormai al culmine del loro itinerario artistico e consapevole del coraggioso travaglio di più giovani generazioni. Bancheri, Bec, Biasi, Bonelli, Boschi, Calandri, Cappelli, Carmassi, Caruso, Casorati, Dova, Martini Sandro, Maselli, Menzio, Pescatori, Plattner, Quattrucci, Raphael Mafai, Saetti, Sassu, Soffiantino, Somare, Tamburi, Vespignani per richiamare i nomi dei quali la giuria ha maggiormente sottolineato la presenza, ma ai quali è doveroso aggiungere Jorn, Carrol, Attardi ed altri, diversi per stile e formazione, impegnati in aree linguistiche ed espressive particolari eppur accomunatiti in un’unica passione per la verità è da una sola passione nella pittura. Gli artisti presenti al Premio rappresentano non già una tendenza preferita tra le molte in un contesto assai eterogeneo di poetiche; ma quanto di più vitale c’è oggi in Italia nell’ambito della pittura. Parte non già della tradizione ma della storia viva della pittura in una sua dimensione europea e internazionale. Anzi momento significativo del contributo italiano all’arte mondiale in quanto pittura di realtà nel senso più profondo di poetica partecipazione e adesione al mondo, di intenzione di dare un senso a ciò che troppo spesso abbiamo perduto; o ne siamo stati privati da una vita schiava delle convenzioni, consumata in relazioni scontate e prevedibili, senza più emozione, amore, immaginazione. La scelta del Premio e stata precisa: si è così imposto nell’attuale pletora e confusione.
Non si è lasciato lusingare dalle mutevoli mode, dai vani snobismi intellettualistici, dai giochi equivoci e poco divertenti, da quanto cioè ogni giorno è sintomo di deterioramento e di vuoto, morale e umano prima che artistico. L’avanguardia è scelta troppo facile, quando essa non è momento di una reale rivoluzione. Si è fatto affidamento sui valori umani della pittura, sulla speranza di mondo più umano, sulla poesia come ritrovata immaginazione e libertà, cioè amore per la vita. La nostra storia non è un idillio; parte della nostra esistenza è anche il dubbio e la crisi, l’amara incertezza e l’ombra, la morte, l’incubo e la paura eppure nell’atto magico della pittura noi acquistiamo un’altra confidenza col mondo e il suo mistero; e rivelazione di qualcosa che non avevamo pensato o vissuto, di un’intimità più profonda, un rapporto più autentico tra tutto. Raphael Mafai all’altra di Bruno Caruso: immagini diverse; l’una così poeticamente percorsa da segreta e inesauribile passione da riscattare il fatto più elementare in una luce incorruttibile e certa. È la ritornante e magica freschezza della sensibilità di Raphael Mafai, il suo purissimo amore che diviene forza organizzatrice dell’esistenza, arte. E a fianco la testimonianza di Caruso, il dubbio dell’uomo contemporaneo al limite dell’abisso, e questa sua malinconia in una nuova immagine misteriosa è emblematica, quasi un totem di fronte al quale non aver scelta o azione. Potremmo soffermarci su altre opere: epoche siamo tentati di dire diverse della pittura, eppure alla fine ci ritroviamo confortati e più consapevoli.
Alla scelta del premio ha corrisposto la pronta adesione degli artisti con opere degne e tutte espressive della ricerca dei singoli pittori; l’esito di questa mostra, una collettiva tra le più belle e significative degli ultimi anni, raramente realizzata nell’ambito di un Premio e che corrisponde non soltanto alle attese degli organizzatori, ma comporta qualcosa di assai più importante. È una testimonianza chiara, inconfutabile di vitalità e di validità della pittura; in rapporto all’oggi, ad una sua non esaurita funzione e ai nostri bisogni reali. Una mostra che merita pertanto di non finire qui, ma come a Milano di venire esposta in altre città. Tutto ciò che vale, che dà fiducia nelle cose importanti e frutto di amore e di intelligenza va difeso; perché in gioco non c’è soltanto la continuità dell’arte, ma il senso del nostro destino di uomini.