Testi critici
Arturo Bovi | Quattrucci interpreta la Spagna
di Arturo Bovi
Dal Arterama
Anno X | n° 1 | Gennaio 1978
La Galleria d’arte “La Gradiva” di Roma ha iniziato il ciclo delle sue interessanti rassegne con una grande antologica di Eugenio Berman, il notevole artista e scenografo di origine russa che a Parigi, a New York e in Italia ha sviluppato il suo suggestivo surrealismo classico-naturalistico, ricco di immaginazione e di prospettive con mostre in tutto il mondo e le famose scenografie al Teatro Metropolitan di New York e alla Scala di Milano.
Attualmente una non meno interessante mostra del pittore Carlo Quattrucci, di cui hanno scritto, tra gli altri critici, pagine indicative Rafael Alberti, Bellonzi, Del Guercio, Morosini, Giacomozzi, Trombadori, Vespignani. Particolarmente Bellonzi quando, nella introduzione al catalogo ricorda la prima personale a Roma del giovane artista nel ’62 e, all’Ottava Quadriennale, quel suo “paesaggio urbano già caratterizzato da quel misto di violenza e di tenerezza che il modo schietto del nostro pittore di partecipare alla realtà”. Ed è vero: il suo accento batte pacato e intenso, come un tenue fuoco notturno su una ricerca di espressione sobria della umana dignità. E il suo lirismo non è sentimentale, ma raffinatamente intenso, a mi giudizio, di contenuta emozione sensuale. Le figurazioni delle sue accattivanti e gentili fanciulle spagnole: “Yerma” e “Manya” trovano rispondenze non meno sottilmente sensuali e poetiche nei giovani ragazzi della Corrida in “La Veronica” e “Vuelta al Ruedo”. Per indicare qualche esempio tra i più felicemente risolti dall’artista nell’essenziale contenuto compositivo dell’immagine e nell’essenzialità poetica di un cromatismo sottile che, a quella immagine, sottilmente aderisce in una contemplata vitalità intensa, interiormente percepita, della figura stessa. Nella bellezza del suo vivere al quale pochi tocchi di segno (ma così sensibilmente precisi) danno al volto, alla figura tutta incantevolmente delineata, la sua fragrante prestanza di giovinezza. Un disegno sostenuto, ma intimamente e liricamente avvertito. Una sensualità poeticamente affiorante, quasi un messaggio vivo di leggenda narrata e tramandata per generazioni nel delineare rapida, ma intensa del volto e del suo sguardo nell’occhio della fanciulla e del gitano. Il costume si allinea a questa intensità interna, vitale, senza sopraffarla. Direi poeticamente puntualizzandola. Ore liete del vivere nel desiderio affiorante e pungente dell’Eros.
Carlo Quattrucci ha dedicato la sua pittura, il suo disegno a Garcia Lorca, a Machado, a Rafael Alberti e sue opere figurano in vari musei, tra cui il Museo d’arte moderna di Melbourne e di Bruxelles. A Città del Messico ha lavorato della “equipe” di David Alfaro Siqueiros, alla realizzazione di murales tra cui quello della “Plaza di Santo Domingo” e del “Poliforum di Cuernavaca” in composizioni di ampio respiro. È un artista che nella sua opera vive il suo personale linguaggio poetico come in una magica evocazione di bellezza percepita nei tempi stessi del suo esistere. Neo suoi accenti drammatici come in quelli vivamente gioiosi.