Marzo 6, 1969In testi critici, dai cataloghi, 1969
Testi critici

Elio Mercuri | Prefazione al libro "Black Power"

di Elio Mercuri
Dal libro "Black Power"


Leggevo il Ghetto nero di Robert Vernon; Vernon è un negro e come tale non ha cercato di capire il Ghetto, ci è vissuto dentro e trovato il modo di parlarne a noi. È una rara testimonianza da dentro, perentoria, vera, un sintomo della disperazione dei negri, ma al tempo stesso la storia e la prova della loro risolutezza. Una voce dell’interno della regione del dolore, ma non più rassegnata, divenuta ormai giudizio politico azione. Di altre testimonianze dei negri. O di bianchi che vivono in America sono americani e devono risolvere questo terribile problema. Capisco le ragioni di Crisi in bianco e nero di Charles E. Silbermann, il suo sforzo di lucidità: “Spero che il libro offenda e incollerisca i negri e i bianchi, perché è impossibile dire la verità sul sistema razziale senza offendere o incollerire gli uomini di ambedue le razze. Ma la verità va affrontata, subito, finché c’è ancora tempo. Ciò che sono andato scoprendo è che gli Stati Uniti, in generale, sono una società razzista in un senso e in una misura che finora ci siamo rifiutati di ammettere”.
Ora mi domando perché un pittore dalla pelle bianca che come me vive qui a Roma e non è stato nemmeno a New York e non ha conosciuto che pochi negri, ha sentito il bisogno di affrontare nel suo lavoro il problema dei negri d’America. È la prova di una nuova consapevolezza? Soltanto in senso drammatico di un destino che per noi ormai non può più realizzarsi se non in una inedita dimensione universale di storia? Certo la nostra storia è negli USA in URSS a Praga nel Vietnam a Cuba ovunque anche quando il nostro rapporto con essa non è chiaro. Forse per questo il fatto più importante oggi per un intellettuale o in artista è la volontà di una chiarificazione improrogabile, qualunque ne sia la conclusione. È il nostro impegno anche se ci fa paura, o meglio un modo nuovo di sentirci oltre ogni schema precostituito militanti, ben altro da quello che abbiamo conosciuto in passato. Pensiamo a Sartre a Che cos’è la letteratura o a Dinnanzi a che è responsabile il Poeta di Allen Tate; agli estenuanti dibattiti su Progresso e reazione nella cultura con o contro Lukàcs. O alle molte altre ipotesi o discussioni quelle ormai consunte e messe a dimenticare, quelle che per anni in nome della rivoluzione o di una cultura rivoluzionaria ci hanno impedito di vivere una vera esperienza e di compiere una vera azione. La nostra situazione è diversa non è più l’ideologia a offrirci dall’esterno il tema dell’impegno come adesione a, è qualcosa di più radicale, complicato pauroso, coincide con la nostra estrema necessità. Non è più neanche un modo di risolvere il “problema esistenziale”: è un fatto, il nostro modo di essere. Quando pensiamo ai negri d’America o al contadino del Vietnam non è più per noi un facile ricorso all’esotismo, un modo di eludere il presente né il senso di una felice espansione dell’intelligenza della vita alla fine degli incubi e delle superstizioni.
Siamo fuori da ogni possibili evasione o vagheggiamento di letteratura: certo la situazione e la stessa; una crisi della coscienza europea, ma senza alternative, soprattutto senza l’illimitata fiducia di una possibilità di recupero e di progresso, come era ancora possibile due secoli fa. Robinson Crusoe, i Viaggi di Gulliver non sono soltanto i libri di tanti fantastici itinerari della nostra adolescenza, così con altre opere, Le lettere persiane di Mentesquien erano il sintomo di una crisi di civiltà; ma era una crisi di natura diversa. La critica, era l’attesa o già in nuce l’idea di una nuova realtà, la scoperta di una inedita e necessaria dimensione ideale e geografica del mondo e in relazione ad esso in Europa. Per questo come scriveva Hazard – “quegli anni rudi e densi, tutti pieni di lotte e di allarmi e colmi di pensiero, hanno nondimeno, una loro propria bellezza”. Era tempo di idee. Per questo “c’è qualcosa di grande nella loro ostinazione, nel loro accanimento”, quasi la coscienza che “il carattere specifico dell’Europa… è di non appagarsi mai, di ricominciare sempre la sua ricerca della verità e della felicità”. Non è più la nostra realtà.
Oggi il Vietnam o l’America o l’Africa non sono più la fine di una nostra esplorazione. L’epilogo di un nostro viaggio, vero o immaginario. E’ un bisogno di capire ciò che siamo, capire se la fine del mondo è anche la nostra fine oppure in noi ancora sopravviva una possibilità di essere, parte comunque di una nuova realtà questa del Vietnam o dell’Africa alla quale sentiamo appartenere il futuro come un orgoglio di una sua ritrovata origine ma anche coscienza di una sua storica possibilità sottolinea Malcom X: “… dobbiamo “ritornare” in Africa per le nostre idee filosofiche, per ritrovare la nostra cultura e sviluppare una vera unità nell’ambito dell’idea panafricana”. O in maniera più decisa: “considerate il continente africano oggi, la posizione che occupa sulla terra e il contrasto che c’è tra l’Oriente e l’Occidente. Prima era l’America e l’Europa occidentale da una parte e la Russia dall’altra, ma ora no c’è più contrasto, tra loro…. La lotta è ora fra la Cina e l’America. Nell’Occidente l’America è il capo incontrastato e quasi tutte le nazioni occidentali sono suoi satelliti… non si può prevedere cosa accadrà in futuro. Se si legge la storia si vede che sono cadute nazioni molto migliore di queste. Oggi la maggior parte degli stati comunisti dell’Europa sono ancora satelliti della Russia, ma il centro di potere dell’Asia è la Cina”.
Il nostro destino è invece l’altro. Siamo, possiamo essere testimoni di una caduta irreparabile, documento di un precipizio, quello dell’Europa. Senza scampo. La fine di un impero, così come erede di altre storie in più di duemila anni, attraverso il mondo classico la civiltà cristiana la società borghese si è configurato, e noi con orgoglio e ora dolorosamente, chiamiamo Europa, o Occidente, dalla Russia agli USA. Catastrofe di una cultura, per quanto ci possa essere cara, e siamo noi. Penso con angoscia alla nostra perdita di una visione globale della vita, la propria, cioè al non saper più essere una civiltà e mi perseguitano le parole di Norman Mailer: “È forse un’ironia, ma i bianchi avranno probabilmente bisogno di una visione nera dell’esistenza per permettere alla civiltà di sopravvivere alla camera a gas che essa s’è costruita con le proprie mani”. Certo non è la fine della vita. Semmai soltanto la nostra è in gioco, sotto la tensione di questo rischio mortale. Possiamo, se riusciamo a liberarci dell’egocentrismo che ci è tipico cogliere i segni di una storia che matura, dalla Cina all’Africa, altrove, di una vita che irresistibile viene fuori. Ma è altro da noi, oggi, e speriamo che si tratti solo di una generazione, un’altra, l’ultima generazione bruciata. Ma che nodo di problemi diventa per noi! Il potere negro, il problema del potere in una complessa società tecnologica; il socialismo e ancora ancora ancora.
Per questo non possiamo non sentire il peso sulla nostra azione o coscienza di ciò che accade altrove. È la nostra nozione di storia e di geografia ormai. Così Carlo Quattrucci senti il peso degli USA e sente che i negri sono la sola forza in grado di fare qualcosa, perché ciò per cui i negri combattono fa parte di una rivoluzione mondiale, è contro la struttura globale di una società Americana. Contro l’accumulazione capitalistica, lo sviluppo della automazione; è parte della rivoluzione mondiale dei diseredati.
“La politica e i programmi mutano a seconda dei tempi, ma gli obiettivi di fondo sono immutabili. Si può cambiare il metodo per raggiungere un obiettivo, ma il nostro resta la libertà completa, l’uguaglianza completa da ottenersi con ogni mezzo. Questo obiettivo non cambia; tutto quello che vogliamo è il completo e immediato riconoscimento e il rispetto in quanto essere umani”. Ed è su questa base infatti che si pone la necessità di chiarire “il nostro rapporto con la lotta per la libertà dei popoli di tutto il mondo”.
La rivoluzione negra è sempre una rivoluzione Americana nel senso che minaccia di spezzare l’intero sistema attraverso il quale opera l’America. Ricordiamo Le Roi Jones: “… io voglio la violenza, voglio cioè una vera e propria distruzione della struttura politico-sociale dell’America, non solo per il modo come si comporta coi negri americani, ma per il suo paralizzante controllo su quasi tutto il mondo moderno”.
Così il pittore ha dovuto lasciare il suo mondo poetico per affrontare questa nuova realtà e noi siamo di nuovo di fronte al dilemma; l’opera di un pittore e un problema del mondo; di questi nostri giorni inquieti nei quali a essere messa in dubbio è la nostra stessa possibilità di essere, garantita, quasi con tragica ironia, dal trattato per la sopravvivenza delle grandi potenze. La vita, la nostra, una probabilità all’interno di un calcolo, di un trattato che non siamo noi a fare. E ancora una domanda o, forse già un dubbio sull’utilità del nostro fare. Quasi fossimo prigionieri dopo un’evasione fallita; perché il nostro tempo sono gli anni non ancora giudicati, il vero e il falso dei quali rimarranno a lungo confusi e separati. Certo non sappiamo più se siamo in grado di compiere un gesto che sia rivoluzione anche se abbiamo imparato che una rivoluzione può avere varie forme ma di una di esse bisogna diffidare: di quella meschina. O ancora di quell’opera in rapporto a quel problema e più, indipendentemente dal pittore e dal problema la possibilità dell’opera di essere con un suo significato. Questa dissociazione tra l’individualità e il valore universale, la impossibilità di incidere su il tempo e la storia, forse persino la vita. Ti senti libero e già la rete del mondo inestricabile ti stringe. Opera come illusione di contare, di dire di potere; la nostra, un ripiego dall’azione all’apparenza il segno di una definitiva aridità, ritrovamento se mai alla fine di un estremo, privato senso. Cosa possiamo noi contestare? Siamo parte di una realtà nella quale la menzogna è riuscita a presentarsi come cultura, la violenza come legge, l’ipocrisia come moralità.
Cassius Clay lui sì che è riuscito nella contestazione poteva essere coperto di dollari aveva successo, la gloria, ma ha detto no tutto ciò non era più importante, ha capito ha agito. Così Cassius l’uomo della violenza non ha voluto saperne di mettersi la divisa e di andare a far la guerra contro gli uomini, le donne, i bambini del Vietnam che come lui e il suo popolo lottano per difendere la propria terra, il proprio diritto ad essere uomini e vivere liberi. Noi no, non sappiamo dirlo più a niente. Le Roj Jones. Per questo Le Roj Jones può mostrare il vuoto di un millennio di arte bella e di “inconsistenti armeggii amorosi” e porsi come figura nuova di artista rivoluzionario: “dobbiamo creare un’arte capace di scatenare la vera collera del mondo. Siamo stregoni e assassini, ma faremo largo agli scienziati autentici per ampliare la nostra conoscenza. Il nostro è un teatro d’assalto. Il dramma che ci aprirà il cielo sarà la Distruzione dell’America. Gli eroi saranno Crazes Horse, Deumark Vesey, Patrice Lumumba, e non la storia, non le memorie, non il triste annaspare sentimentale per trovare un po’ di calore nella nostra disperazione; saranno uomini nuovi, eroi nuovi, e i loro nemici figureranno fra i molti di voi che mi leggete”. Anche lui dice no e gli altri ma da troppo tempo non siamo più noi a dirlo.
Black Power, l’America il Vietnam Praga la Cina la libertà e la vita dell’uomo in una storia sempre più estranea. Che ne so io del Potere negro o del Vietnam? Cosa posso fare io? Il movimento dei giovani la rivoluzione nelle metropoli la rivoluzione intellettuale sono idee che si accumulano nella coscienza, non sono la nostra vita. La dimensione dei fatti le leggi del mondo sfuggono alla nostra possibilità di ragione alla nostra esperienza, non sono più la nostra vita, almeno finché qualcosa non cambia e ritroviamo intatta la capacità di cultura che sola può permetterci di essere civiltà. Unità delle scienze in una storia umana del mondo unità del mondo nella nuova dimensione della Scienza. È la nostra speranza ma intanto questa terribile realtà. Paura vergogna la nostra impotenza tutto può accadere ma noi non siamo liberi e in noi il dilemma atroce di una scelta che coincide con la negazione; la vergogna di appartenere a questo popolo che muore a questa società ingiusta a questa storia alla fine. Colpevoli siamo tutti. Potere nero Vietnam Wall Street Barientos Praga Biafra Cina; cosa possiamo dire alla fine di ogni giorno? Cosa abbiamo fatto? Che ne so di tutto ciò, del peso del mio gesto della mia parola e poi quasi non resta spazio a nessuna azione. Io posso parlare di ciò che mi accade della ragazza che mi è vicina della felicità mia o dell’angoscia. Ecco, posso dire che oggi piove oppure che c’è il sole. Prendere il treno, parlare di ciò che vedo sento mi sfugge. Posso ancora andare in sezione; o fare la marcia di solidarietà, la manifestazione. Non muta il mio rapporto con la rivoluzione. Quella in atto; quella possibile. O ancora una volta la prospettiva è viziata da un equivoco di fondo, il rifiuto della sola lucidità quella di un rapporto nuovo mediante il lavoro, l’accettazione della difficile verità dei lunghi tempo della azione dell’arte e della cultura, e quindi il rischio di una verifica, che potremmo non essere noi a vivere.
La consapevolezza del dubbio, questa necessaria astrazione che pure deve essere rigorosa, schiva da ogni equivoco, determinata: una vera politica rivoluzionaria, come cultura come arte.
Realtà è questo mio esistere, esistere così forse con un discorso e senza una azione. Il resto letteratura quella cattiva inutile falsa. Che nasconde la verità. Non ho la pelle nera non posso dire cos’è il potere nero i Vietcong non hanno bisogno di me. I ribelli di casa nostra sono diventati quasi tutti come me. Tutto è possibile ma si provi a proporre una alternativa. Qualcosa che non sia inestricabilmente avvolto nella menzogna qualcosa che non facci parte della stupidità acquisita e non sia l’effettiva corruzione di interesse. Non esistono alternative è troppo tardi siamo parte di un popolo vecchio apparteniamo ad un mondo che è finito anche la vitalità della nostra arte assomiglia a fiori che spuntano da una carcassa putrefatta. I popoli nuovi dell’Asia, dell’Africa, dell’America de Sud non hanno bisogno di noi e noi faremo meglio a toglierci dal loro cammino. Ma allora che senso ha il mio scrivere o il tuo dipingere? Sì qualcosa possiamo fare nel senso del messaggio di Goddard lontano dal Vietnam. Capire che il Vietnam è vicino la Cina è vicina, è intorno dentro di noi. Che Potere nero siamo anche noi. Testimoniare questa verità in ogni modo anche quando per noi è condanna, Potere nero siamo anche noi, se siamo capaci di rivoluzione perché la rivoluzione è una e non può essere così perché riesca senza arresti senza ritardi senza equivoci senza ricorsi; è necessario che sia così e ovunque nel mondo e non in un solo Paese. È la politica che ci interessa. Possiamo dire che è tutto ciò che ci interessa eppure non occuparcene più. Politica è fare la storia ma noi da troppo tempo ne siamo tagliati fuori la nostra possibilità questa assoluta radicale testimonianza di noi stessi e soltanto così del mondo. Ancora un vizio del nostro individualismo borghese, incorreggibile! E intanto parliamo del potere negro sulla soglia del silenzio il nostro silenzio, ritroviamo i termini estremi di una possibile umanità, ma ci occorre molta ironia per rendercene conto perché è il segno della morte. La società repressiva lo strutturalismo: cominciamo ad aver coscienza dei nostri misfatti a imparare la storia, a capire, come Lévi-Strauss che dovunque sono uomini c’è storia civiltà e a rispettare quella storia. Ma noi non possiamo per questo diventare negri restiamo bianchi. Ciò che possiamo è diventare uomini. Altrimenti soltanto la guerra, la sanzione della nostra fine.
Quattrucci ha voluto affrontare il Potere nero perché dentro sentiva il peso di questi pensieri e ha capito che la sua stessa vita non poteva andare avanti finché questo peso non fosse rimosso e ha cercato da pittore di capire. Ha fatto i suoi quadri e noi ci ritroviamo di fronte al dilemma di un giudizio politico e di un giudizio sull’efficacia, cioè il senso di quei quadri e la loro capacità di dire. Ma che conta cosa ne può venire cosa può comunicare? Noi siamo qui a cercare una parola un segno che ci dia la certezza di non essere soli. Tutto una pazzia o un incubo la creazione di una immaginazione sconvolta. Oggettività di una immagine di un discorso quasi cenno di intesa possibilità di fatto, certezza di vivere in situazione con avendo un mondo intorno decifrabile e nella vita. Sono nati questi quadri, o meglio ritratti dei protagonisti o leaders del potere nero. Sono ritratti di Carmichael Edward Malcom X degli uomini che hanno capito, che noi cerchiamo di capire in un loro intento politico, che ha scavato in profondo nella verità della storia di un popolo. Ormai ci siamo abituati ai loro tratti, possiamo riconoscerli sulla copertina di un libro le pagine di un rotocalco al video. Sentiamo fare il loro nome e ci figuriamo i loro volti. Eppure ci sfuggono, sentiamo un estremo e viscerale loro essere. Tutto diviene banale. La macchina di questa civiltà dell’informazione se n’è impadronita. Ci ha abituato a loro. Ma questa abitudine li ha svuotati e noi non li capiamo e stiamo tranquilli. Ritrovarli nella loro verità. Sottrarli alla convenzionalità è il problema del pittore. Renderli visibili in tutta la loro paurosa evidenza.
Diventano le apparizioni improvvise di una mala coscienza, l’ossessione insistente di una colpa senza liberazione, l’immagine di una storia, l’impressione di un momento: si caricano di significati: che memoria politica vita continenti hanno contribuito a costituire. Simbolo di una gente e uomo. L’uomo nuovo totale deciso. Ci aggredisce terrifico. La sola poesia che conosciamo sono queste parole dure come pietre: sembrano offese eppure sono le sole parole d’amore che abbiamo lasciato ancora. Ci dice l’odio. La violenza quanto siamo porci. Charmichael dietro al microfono non ha occhi. Gli occhiali lo coprono. Nero l’ombra nera notte lo avvolge solo lui, il suo popolo che guarda dritto davanti senza sbandamenti esitazioni, possono vedere. Come soltanto è possibile nella attuazione di un progetto estremo; di chi si scrolla la morte di dosso e ormai affronta deciso a tutto la vita. La tela diviene uno spazio bianco tagliato da questa presenza nera. Gli altri colori sono la sua vittoria. Il buio la nostra condanna. A volte quasi al margine un fiore, o un mazzetto di fiori. Vividi precisi. Sono i fiori hippy contro la violenza? La speranza della vita umana? Io li ho sentiti con fastidio. Quasi una concessione a qualcosa di più accessibile tenero accettabile. Uno sforzo di rendere meno dura quell’immagine che improvvisa ha interrotto la trama della nostra esperienza solita e ci ha scavato dentro violenta spietata decisa. O soltanto il richiamo, come gli altri simboli, la pantera nera, ecc. ad una realtà. Che quei fiori non ci illudano. Non abbiamo scampo.
Forse il senso di tutto è questa scoperta. Del nostro non poter eludere la verità, la consapevolezza di essere senza alibi. Noi non abbiamo nulla da dire di più, soltanto accettare questa amara verità, trarne tutte le conseguenze. La nostra civiltà è finita. Tutto può ricominciare ma di qui. La scelta del pittore diviene allora un segno di questa nostra assenza; di questo non restarci altro che farci testimoni di una verità che non è più la nostra, o confina al limite con la nostra speranza, lontana difficile forse impossibile nei termini della nostra esistenza. Della necessità di dire altro da ciò che siamo facciamo. Di una partecipazione alla storia ormai in modo dimesso da colpevoli o semplicemente da uomini “senza qualità”: di questo nostro malessere. Eppure il pittore, Quattrucci, lavora con una sorta di segreta felicità; ed è questa felicità che vorrei capre, come il valore di quei fiori, là al margine del quadro. Quei fiori che ama che ricerca nell’aspirazione inconscia forse, ad uno stato di natura né romantico né sentimentale, ma umano. Quei fiori non sono una anacronistica lusinga, l’abbandono ad una perdura illusione, sogno-peccato ormai. Sono un nostro potere. Il solo che ci è rimasto; esile contestato precario, eppure una realtà un inizio. La traccia di una fessura nella notte, o già di una possibile intesa, di natura e di storia; oltre la violenza. Questa che se noi facciamo presto a capire è l’ultima e può rapidamente essere scongiurata da noi giorni. Il percorso è lungo. Oggi tutto ci divide. Noi siamo divisi. Non c’è un malinteso; la guerra tra i Viet e i Marines tra i negri e i bianchi; la violenza. L’universalità coincide con la difesa del privilegio, nasconde la brutalità dell’interesse la conservazione dello sfruttamento. Dobbiamo ritrovare l’interesse la conservazione dello sfruttamento. Dobbiamo ritrovare noi stessi. Noi stessi contro e in relazione all’altro. Noi come specificazione di bianchi e quindi contro i negri. Come la storia ci ha dannato come la classe la natura.
“Tutti noi abbiamo gli stessi scopi, lo stesso obiettivo e cioè, libertà, giustizia, uguaglianza. Tutti noi vogliamo essere riconosciuti e rispettati come esseri umani; non vogliamo né l’integrazione né la separazione. Vogliamo esistere come essere umani”.
Quando Carmichael potrà guardare quel fiore?
Per ora crescono sulla tomba di Malcom X. O su quella di Luther King. Ma di quanti quanti quanti negri. O di bambini del Viet-Nam. Charmichael non può guardare i fiori. Deve coprirsi gli occhi per non essere ferito dall’orrore. Quello che anche io tu abbiamo seminato perché siamo bianchi. Deve afferrare il microfono perché la sua parola risuoni come un grido a risvegliare e scatenare i suoi fratelli negri. E gialli di ogni colore e quella parola è vendetta. Il pittore è sconvolto, il volto che ci affida non ha più nulla del rotocalco; è quello che lo perseguita lo ossessiona lo costringe in un vitalismo angoscioso inquieto. Quasi nella dolorosa accettazione di un destino. Non è un discorso politico. Noi non ne abbiamo più la forza. Siamo cacciati ai margini. Forse irrimediabilmente perduti. E non come negli anni venti trenta, per un vizio di estetismo; ma dalla nostra impotenza. Malcom X no.
Non poteva essere perduto. Per questo la rivoluzione in lui era una realtà un fatto; irreversibile quasi al di là della sua volontà. La sua forza questo porsi come riscatto della perversione degradazione sofferta subita per una bruciante identità di destino privato e storia. È la sua esistenza. Non l’astratta riflessione della nostra politica. L’ideologia come schema cattiva coscienza surrogato ritorna in lui pensiero vivo esperienza sangue. Malcom non ha dubbi. Parla agisce lotta. Possono ucciderlo ma non riusciranno a farlo morire. E noi nella testimonianza del pittore sentiamo il riconoscimento della sua verità e della nostra maledizione. Quei volti! Non ci lasciano più. Sono un tarlo nel cervello un incubo una spina che non ci permette quiete.
Il pittore li ha fermati isolati ossessivamente proposti. Un termine di confronto che ci rende più chiara la nostra esistenza. Ci svela il nostro vizio i nostri errori la nostra colpa. Ma allora riguarda noi. Riguarda noi soltanto? Bianchi che non hanno più una verità intellettuali senza storia? Ancora il surrogato di una vita cultura di cui siamo diventati incapaci. È sempre un essere al passato indietro in una posizione passiva. Con stoica rassegnazione ad assistere o con amara coscienza a patire il non più protagonisti cioè uomini. Quattrucci è un pittore della mia generazione. Avrà pure un senso la sua scelta del Black Power. Per lui che pure ama la natura da osservatore commosso con l’innocenza di Tiziana. Lui che mi parlava di un erbario favoloso raccolto ogni giorno là sulle Alpi in lunghe passeggiate. Non sarà un caso se la sua sensibilità vitalità oggi hanno centrato questo tema. Nomade ironico scanzonato per un insopprimibile amore per la vita si è ritrovato lì paziente a ricostruire quei volti, quasi un muto dialogo alla ricerca di una verità. Della storia salda come l’altra che scopre nelle sue passeggiate interminabili nei pomeriggi nell’orto botanico che ferma nei fogli bianchi sulla tela bianca in un dubbioso confronto tra la natura e la realtà. È un modo diverso di essere impegnati il nostro. Non può più coincidere con un’ideologia.
È vivere, soprattutto volontà gioia di vivere. E se oggi è difficile, contrastata, noi – da dentro – reagiamo. Fino a scoprire questa dimensione ormai vera di una storia unica per l’uomo. Il mercato la mostra il limitato potere semantico della pittura non ci spaventano più. Oggi diamo tutto per essa. Sappiamo però che non è tutto, possiamo cominciare da capo. Trovare nuove forme.
Per Quattrucci è ancora lì disponibile. Non vedo perché non dovrebbe esserlo anche per noi. Se un tempo della pittura è finito, è finito pure un tempo della critica; non giudica è o non è un atto di corresponsabilità. In una vita che spesso si dà come l’amara per noi eliminazione di una probabilità, una scommessa, è l’affermazione di un attimo di un lavoro; la realizzazione. Critica è questo scambio, gesto d’intesa, inizio di un discorso; questo accogliere corrispondenze frasari urti proposte, motivi non in nome di una concezione de mondo comune ma in rapporto ad una nostra esperienza umana politica. Non diciamo più è bello. Andiamo al fondo del cuore del problema, diciamo ciò che pensiamo noi quello che ci preme in cui crediamo sentiamo importante. Ecco la differenza, almeno per ora, un segnale ci condiziona a compiere un gesto, un riflesso indifferenziato. Quel quadro provvisorio discontinuo ci provoca un discorso. Il primo ci informa di qualcosa di trascendente il nostro giudizio decisione volontà, l’altro no, comunica una verità ce ne rende partecipi: senza di noi non è.
La gelida sicurezza, tristezza delle convenzioni ci avvolge con la sua rete di immagini, la pittura è una fessura che ci restituisce la scelta la percezione il senso. Nessuno può determinarne il senso mediante un codice prestabilito, gli elementi denotativi comuni non bastano. E’ passione felicità sofferenza ragione sentimenti di un uomo certezza o ricerca,, sempre di realtà. Non può confondersi con l’oggettività, ne ha acquisito le tecniche non il linguaggio, perché il suo fine è diverso: è l’uomo, conoscenza sviluppo realizzazione dei suoi sensi.
Non possiamo per astratta che sia pensarla in assoluto, ama non sullo sfondo di un mondo; eppure ciò che la caratterizza è la novità; l’impossibile regresso all’esperienza scontata. La sua misura forse è questa. Ma fuori da ogni interpretazione il suo significato è tutto da scoprire. Ha tentato l’impossibile; e noi gli siamo grati per questa sua sortita nell’azzardo, perché di azzardo si tratta; con i mezzi esausti della pittura cercare di saldare in un significato la sua vicenda di uomo e i problemi o un problema decisivo del mondo. Quanto di più impercettibile trama della nostra esistenza. Lui non si pone domande. Forse dentro di sé ha già la risposta a tutto, ancora una volta hidalgo testimonia la fine del mondo. Avventuroso patetico solo. Come conciliare la mia esperienza, reale, viva, di ogni ora, con l’altra quella dei fatti importanti gli avvenimenti del mondo. Connettere tutto, cioè trovarne la verità, in rapporto a noi, con quel mezzo solitario che è la pittura. Eppure, Don Chisciotte o Arlecchino, maschera o volto, trucco o anima è lì a scavare a riprodurre quasi come pegno di una scoperta e certezza del suo sapere, una foglia, un fiore; e ora i volti. Questi volti che la sofferenza ha segnato la lotta sconvolto l’odio indurito: inesorabili, impassibili duri. Eppure li sente in una solo specifica bellezza, purezza di natura, quasi fiori o piante o animali. Con la stessa assoluta autentica bellezza. Semmai siamo noi, con i nostri occhi chiari e capelli biondi con la pelle bianca raffinati a non poterci guardare. Siamo uomini senza volto. Perché quello che abbiamo dobbiamo stare attenti a mostrarlo; la paura se non la vergogna ci costringe a nasconderlo. Oggi preferirei parlare di spazio, delle possibilità della tecnologia di materiali nuovi, fare altri discorsi, sentirmi felice nella luce mediterranea di questa giornata. E invece questi volti sono la nostra maledizione. Di bianchi borghesi di non più uomini. Abbiamo perduto la faccia. E un pittore serio, semplicemente onesto, non può che cercare altrove il volto dell’uomo. Tra i neri. Volti umani. Ai quali affidare anche il nostro riscatto. Soltanto così il mondo, quello che ci circonda, divenuto per la convenzione invisibile, può ancora essere visto. E forse la pittura ritrova la sua possibilità di esistere. O se non la pittura noi. E sentirci più uomini. Più uomini di prima.