Dicembre 18, 1971In testi critici, dai cataloghi, 1971
Testi critici

Carlo Quattrucci | Una ballata per don Peppino

di Carlo Quattrucci
Omaggio a Giuseppe Garibaldi
Roma | 18 dicembre 1971 | 8 gennaio 1972


A volte i quadri nascono per ragioni che non hanno nulla a che fare con una razionale programmazione.
Questa mia mostra, che in realtà non è che un “divertissment”, una passeggiata a ritroso nel passato non remoto dell’epopea garibaldina, è nata casualmente, quando un giorno nel mio studio stavo osservando un divertente Garibaldi di gesso, trovato da un amico a Porta Portese: camicia rossa, pantaloni blu, fazzoletto nero, le mani incrociare sul petto.
Ero immerso, allora, in una di quelle paludi di noia in cui si trovano a volte i pittori professionisti (che, al contrario dei dilettanti, non sempre riescono a scaricare totalmente le loro nevrosi nell’atto del dipingere) e decisi di farmi un autoritratto in divisa di ufficiale garibaldino.
Mi feci prestare un vecchio libro sulla vita di Garibaldi fornito di una incredibile documentazione e, fatalmente, come Alice nel paese delle meraviglie, varcai lo specchio magico ed entrai nell’epopea di “Don Peppino”.
“Ritornai a scuola” e, al contrario di ciò che mi accadeva durante le lunghe e noiose lezioni basate su testi addomesticati dal fascismo, ho avuto la gioia e la sorpresa di rendermi conto che, a 39 anni, ero felice di studiare.
Cominciai con le divise, le ghette bianche, i pantaloni blu. Gli alamari, i cavalli, i pistoloni, le vittorie e le sconfitte di questo incredibile precursore dei “tupamaros” di oggi.
Cercai, con scarso successo, le scatole di cerini che il Monopolio aveva messo in circolazione per il centenario della sua morte; il cannone, che ogni mezzogiorno mi faceva maledire il povero soldato preposto a questa quotidiana e rumorosa celebrazione, mi è diventato quasi simpatico.
Ora, quando spara, rischiando di rompere i vetri del mio studio e di incrinare ulteriormente il mio già precario sistema nervoso, io penso alle strofe della canzone popolare:
o vojantre berzajer
che cciavete la gamba bbona
fate presto a venì a Roma
pe’ portacce la libertà!
Cominciai così con il mio autoritratto, e mi divertii molto ad empirmi di fregi, decorazioni, sciabola; dopodiché cercai tra i miei amici coloro che avevano un volto abbastanza “risorgimentale”.
Decisi che Anita doveva essere Maria Teresa Leon: avendo combattuto contro “los quatros generales”; come Comandante dell’Esercito Repubblicano, meritava questo piccolo omaggio.
Con l’aiuto di una vecchia foto ho tentato di ricostruire il volto di questa stupenda donna, tentando di banalizzarne l’immagine dipingendo in maniera stereotipata ed oleografica, cercando di “accompagnare” l’iconografia dell’epoca. Al suo fianco c’è un ritratto di “Don Peppino” come ancora lo chiamano affettuosamente a Roma i trasteverini.
Sempre alla ricerca di personaggi da inserire in questo “collage” di camicie rosse, ho scoperto che il Vicolo del Moro – stradina della vecchia Trastevere dove lavoro – si chiama cosi in onore di Andrea Aguyar, il “fedele moro che Garibaldi portò dalle Americhe”. Via Garibaldi, Via Goffredo Mameli, Via del Moro e mi sono calato, come trascinato da un’orda di fantasmi amici, in un mondo incredibilmente suggestivo e per me ancora tutto da scoprire.
Continuai a dipingere tentando di resuscitare i personaggi chiave che orbitano attorno a Garibaldi evitando di cadere in una ricostruzione agiografica e retorica del “garibaldinismo”.
In verità mi sono divertito e, poco a poco, la serie dei quadri si andava trasformando sempre di più in una ballata popolare che nulla aveva di epico o di celebrativo.
Giuliano Gemma in divisa da garibaldino; il mio amico Franco Cioppi con la sua barba umbra, in veste di alfiere; Giorgio Di Pierri trasformato, a sua insaputa, in Nino Bixio. Ho risfogliato con attenzione i disegni preparatori del grande quadro di Renato Guttuso sulla “Battaglia di Ponte Ammiraglio” e penso di non aver ricalcato le orme di un grande Maestro, ma di aver fatto semplicemente un “lavoro parallelo”.
Cito ciò che Duilio Morosini ha scritto a proposito di questo quadro, della fatica e del clima in cui Guttuso lo dipinse negli anni cinquanta. “Se l’intolleranza polemica, sintomo di crisi della cultura e del costume, avesse ceduto il posto allo spirito di ricerca, alla passione per la verità, quei dibattiti non si sarebbero ridotti all’oziosa e indiscriminata opera di demolizione che e stata condotta in quegli anni da gruppi culturali di orientamento diverso da quello del movimento realista.
Si sarebbe assistito a dibattiti consapevoli e partecipi, profittevoli allo sviluppo generale della cultura artistica e non generatori, com’è accaduto, di fanatiche scissioni, di faziosità, di confusioni culturali tali da aggravare la crisi di sviluppo di tutta l’arte figurativa italiana”.
A chi mi chiede perché non ho inaugurato la mia mostra “garibaldina” in occasione del Centenario, rispondo, pensando a ciò che Arrigo Boldrini scrisse alle migliaia di persone che in Piazza del Popolo, il 28 novembre, sotto la pioggia, testimoniavano la loro volontà di difendere l’Italia antifascista e repubblicana: “La Resistenza non è qualcosa che si difende mettendosi un volta all’anno una fascia tricolore attorno alla vita!”.
Per me, Carlo Quattrucci, “Pittore in Roma”, il secondo Rinascimento italiano è figlio legittimo del primo e penso che qualsiasi occasione sia buona per ricordare ai benpensanti di poca memoria che loro, immeritatamente e gratuitamente, fruiscono della libertà conquistata da chi, nel suo nome, ha sacrificato tutto ciò che possedeva, anche la vita.