Gennaio 8, 1983In testi critici, dai cataloghi, 1983
Testi critici

Antonio Russo | Ho sognato. Ero con Carlo (...)

di Antonio Russo
Dal catalogo della mostra retrospettiva di Carlo Quattrucci
Dicembre 1992 | Gennaio 1983


Ho sognato. Ero con Carlo a camminare in un viale alberato in luogo di mare. L’acqua era azzurra e limpida, il cielo azzurro e terso. Andavamo in silenzio e guardavamo intorno. D’un tratto dal mare immobile uscirono giganteschi, vichiani, immensi ciclopi ignudi e con enormi mani presero a sradicare alberi verdi, frantumarono rocce antiche per lanciarle al cielo. Scomparvero all’orizzonte andando verso l’infinito.
A noi vicino passò una carrozza trainata da un cavallo di forme possenti. Una femmina splendidamente nuda offriva al sole i seni rigogliosi. Ai lati erano due uomini, l’uno vestito di rosso e l’altro di nero. Sulla carrozza chiara era dipinta una svastica. Un bimbo dai capelli scuri ed il corpo esile correva dietro affannoso e con le mani tese gridando: fermati! Scomparvero e il bimbo si accosciò col capo tra le mani.
Carlo mi guardò e disse: quello sono io.
Camminammo a lungo per le vie che non ricordo giungemmo ad una casa antica, ove un paggio ci condusse in un grande salone dai marmi di cento colori tenui e una vergine bionda dal corpo primaverile e casto dalle forme botticelliane ci attendeva. Al suo fianco era un adolescente dai capelli scuri con abiti chiari. Ci invitarono a sedere e ci offrirono il buon vino dei loro campi. Improvvisamente una porta si frantumò e nella luce piena del giorno irruppero uomini dalle membra orrende con volti satanici e spade di fuoco. Chiedevano, urlando bestemmie, la vergine. Il giovane adolescente estrasse una pistola nera e li uccise tutti trionfando sulla violenza.
Carlo guardò l’adolescente e disse: quello sono io. Uscimmo ed ancora per strade incantate arrivammo ad una antica città che sembrava Firenze. Salimmo le scale di un palazzo mediceo ove erano esposte in sale affrescate e con vetrate di splendidi colori i dipinti di Russia e Messico di un pittore famoso. In una grande sala a parte, in fondo, erano appesi alle pareti cinque dipinti: “La maestà” di Giotto, “La battaglia di San Romano” di Paolo Uccello, “Il trionfo di Federico di Montefeltro” di Piero della Francesca, “Guernica” di Picasso, “Le muse inquietanti” di De Chirico. In un angolo una scultura di Boccioni, in un altro una scultura di Zadkine. Al cavalletto un giovane artista dai capelli scuri dipingeva ad una grande tela “la lunga notte di Spagna”, un dipinto di vita e di morte. Indossava abiti da hidalgo ed impugnava il lungo pennello come la spada di un torero. Al suo fianco una giovane donna bionda accarezzava con un lembo della mantilla il suo braccio.
Carlo guardò il giovane artista e disse: quello sono io.
Uscimmo dal palazzo e andammo come gabbiani alto nel cielo. Giungemmo sulla nostra città nella piena luce del sole al mattino d’una primavera qualunque. Scorgemmo le mura antiche e gli amati ponti vecchi e nuovi di Roma. A via dei Riari scendemmo sul tetto di una vecchia casa. Al numero 48 dell’antica strada una piccola folla immobile ed angosciata ascoltava un uomo dal volto bianco e affilato che parlando stringeva nella mano sinistra il ramo fiorito di un albero dal tronco verde. Diceva di “Pierino e il lupo” e udimmo le note della splendida fiaba di Prokofiev. Due rondini passarono veloci e saettando si allontanarono verso Campo de’ Fiori, in direzione dell’amato Giordano Bruno. Un anatroccolo uscì starnazzando da un cortiletto. Avanzò con la testa alta, spavaldo ed aggressivo, attraverso la strada nel sole cocente e disse: no queque, no queque. Uffa! … Andò a ficcarsi nella grande bocca nera del garage a fianco, tra i rumori infernali delle macchine, ma la sua voce continuò a sopravanzarne il fragore. Carlo aveva a tracolla la sua chitarra e sottolineava con le corde i tempi della fiaba. Un giovane pittore barbuto con una tela sotto il braccio passò e fece un cenno di saluto con la mano. Il piccolo corteo si allontano dopo un poco, seguendo “l’involucro scomodo”.
Carlo mi guardò, sorrise e disse: quello non sono io.
Dicembre 1982